Cronaca

Abbattimenti a Casal di Principe, Stabile: “Abbiamo perso tutto”. Quattro bambini senza un tetto

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La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha deciso di andare avanti con la decisione di abbattere due case in via Ancona, il sindaco Renato Natale che aveva chiesto la proroga di 100 giorni non concessa, ha deciso di dimettersi. Le famiglie che resteranno senza un tetto si sono oramai rassegnate. 

di Tina Cioffo

“Se vogliono possono venire anche stasera, ci serve solo un’altra manciata di ore per togliere tutto. Oramai non abbiamo più alcuna speranza, resteremo senza casa”. A dirlo stamattina prima di abbandonarsi al pianto è stato Fabio Stabile, fratello dei due proprietari che vedranno le loro abitazioni abusive in via Ancona, piegarsi sotto il braccio meccanico della ruspa incaricata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per concretizzare l’ordine di abbattimento esecutivo. Un ordine di demolizione che il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale aveva chiesto di rinviare di altri 100 giorni, in modo da consentire il recupero del bene confiscato a Giuseppe Setola in via Baracca, destinarlo ad housing sociale e dare un tetto alle due famiglie che vivono un destino di sfollati. La Procura non ha voluto però concedere altri giorni e Natale in piena polemica con la decisione di non rinviare di tre mesi l’abbattimento ha deciso di dimettersi.

Dimissioni per diritto dei bambini

”Eppure – ha spiegato Natale- la casa è stata dichiarata abusiva nel 2005 e fino al 2021 nessuno si è preoccupato di rendere esecutivo quella sentenza. Trascorso tutto questo tempo, altri tre mesi non avrebbero danneggiato ma avrebbero aiutato a coniugare legalità con giustizia”. “Un tandem che in questo momento manca del tutto nel provvedimento voluto dalla Procura e non riuscendo a rappresentare uno Stato che si dimentica dei diritti degli indifesi e dei piccoli, ho deciso di fare un atto di forza. Un’ azione di lotta in coerenza con tutta la mia vita e le mie idee”, ha continuato Natale, nella conferenza stampa convocata il primo giorno di settembre. “Ho parlato alla Procuratrice, inviato lettere e anche una mail accorata ad una magistrata della Procura che avevo incontrato nel Comitato di Ordine Pubblica e Sicurezza, ma – ha confessato Natale-  non ho avuto risposta. Un atteggiamento che ritengo incomprensibile ed inaccettabile. Mi sono opposto a gente ben più pericolosa, ho sempre rispettato la legge e sono sempre stato convinto della necessità di stare accanto agli ultimi. Spero che il buon senso venga ritrovato e che si riesca a ritrovare la via maestra per non perdere la via maestra”.

Famiglie sfollate: “Intimiditi ed impauriti”

“Non abbiamo più niente, i miei nipoti sono impauriti. I miei fratelli e le mie cognate sono stati intimiditi. A loro è stato detto che se non vanno via, i loro figli saranno mandati in casa famiglia e glieli toglieranno. Mio padre è stato seguito, forse nel tentativo di capire se nascondevamo proprietà ma noi non abbiamo nulla, solo la dignità”, ha detto Fabio Stabile mostrando le foto delle case sgomberate e ascoltando con occhi sbarrati le parole di conforto che a turno tra amministratori, volontari del Comitato don Peppe Diana, Libera, Scuola di Pace don Diana e don Franco Picone gli dicevano. Una rete di comunità pronta ad alleviare in qualche modo il loro disagio. Ci vorranno però dei giorni prima che il dispiacere possa minimamente rientrare. Dovranno passare mesi per digerire il provvedimento, nella speranza che le conseguenze non vadano oltre e che la sfiducia non si allarghi a macchia d’olio creando pericolosi spazi vuoti di cui se ne approfitterebbe la criminalità organizzata.

Quale esito?

La speranza è che per le due abitazioni di via Ancona, arrivi un contrordine per dare il tempo di recuperare il bene confiscato e adattarlo ad uso abitativo. Le proposte per la risoluzione politica del problema dell’abusivismo parlano di eliminare la doppia conformità o di prevedere piani di rigenerazione urbana dei quartieri interessati dagli abusi. I residenti cederebbero spazi e fondi per migliorare l’intera comunità, pagando la colpa dell’abuso ma senza penalizzare chi invece gli abusi non li ha commessi.

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