Cultura

San Cipriano D’Aversa, Antonio Diana in mostra con la sua Realart

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di Tina Cioffo– Realart è la mostra artistica del pittore Antonio Diana. E’ stata inaugurata oggi e sarà visibile fino a venerdì 12 aprile, alle ore 20, in via Aldo Moro 11.

Doveva essere una classica mostra di pittura. La location che era stata scelta ed annunciata anche mediante una nota stampa da parte dell’amministrazione comunale di San Cipriano D’Aversa, in particolare dall’assessore alla cultura Raffaella Serao, doveva essere la parrocchia Santa Croce in piazza Marconi. L’arte di Antonio Diana, non è però consueta né ascrivibile in rigidi schemi di comprensione e così, tutto è mutato con evidente coraggio artistico e dell’amministrazione comunale che ha accettato di essere trasportata dalle ragioni artistiche prima che da quelle razionali.

Pittura di simbolismo

La mostra Realart, non sarà inaugurata domani ma oggi, non si chiuderà sabato 13 aprile ma alle 20 del giorno prima. Non sarà più in chiesa e anche la parola si scompone in ‘chi- è- sa’, cioè in “colui che conosce, è”. La location è in via Aldo Moro 11, nell’appartamento dell’artista diventato dopo anni di lavori e stagioni artistiche una personale galleria di opere grandi e piccoli. Da oggi e per tre giorni i quadri adagiati a terra su una stoffa nera e a tratti rossa, introdurranno il visitatore in un viaggio a metà strada tra l’onirico, la spiritualità itinerante così come raccontata dalle Sacre scritture e la concretezza tecnologica tradotta sulle tele. La tecnologia in questo caso non disumanizza ma diventa sintesi dell’evolversi della conoscenza che Diana racconta a partire dall’’Albero della conoscenza’ dietro il quale appare quasi come ombra una penna, simbolo del sapere. Ed il simbolismo è imperante. Su ogni tela c’è una cifra: 999. “È il numero che simbolicamente rappresenta Dio, così come 888 racconta di Cristo, il 777 della violenza della criminalità organizzata ed il 666 del demonio”, dice il pittore con incurante sorpresa di chi lo ascolta. Il suo è un invito a ripensare l’umanità per prepararsi al cambiamento epocale annunciato dal divino. “I mafiosi e violenti, spariranno e finalmente il bene potrà trionfare, così come da tempo aspettiamo. Ma ora, siamo prossimi e l’attesa non sarà così lunga”, assicura il pittore guardando la clessidra impressa sulla tela e quella che ha messo su un muretto, quasi a guardia delle opere. È girata e la sabbia scorre da un’ampolla all’altra. la speranza che quell’affermazione possa essere vera per un attimo pervade e convince, al di là dello scetticismo.

Il vaso di Pandora

L’allestimento è decisamente particolare. I quadri disegnano un palcoscenico: in scena c’è l’evoluzione umana. Il sipario lasciato in fondo apre su un vaso di terracotta, elemento pienamente integrato nella composizione artistica che vuole evidentemente essere prima di raccontare. Il vaso rappresenta infatti, quello che Pandora spinta dalla curiosità decise di aprire per far uscire secondo la mitologia greca tutti i mali destinati all’umanità. “Sofferenze derivate dall’abuso che si è fatto del libero arbitrio, trasformando la libertà in libertinaggio rassegnandosi a capo chino ad un insensato andamento”, spiega Antonio Diana che ha cominciato a dipingere nel 1973. Dopo pochi anni decise che la pittura sarebbe stata l’unica sua occupazione e le stagioni artistiche attraversate sono per la maggior parte tutte visibili nella personale galleria d’arte di via Moro.

Dal naturalismo alla Realart

Il pittore sanciprianese, apprezzato dai critici d’arte e premiato in alcuni concorsi di settore, ha cominciato con il periodo naturalistico poi quello antropologico, passando per le fasi dell’astrattismo, del geometrico e del surrealismo metafisico. Con la pittura a getto che volle sperimentare riempendo delle siringhe di colore, è arrivato fino alla tecnica mista mediante l’utilizzo della segatura. Figure stilizzate, in movimento ma pienamente definite, parlano di un’arte che accetta di essere incompresa ma senza darsene pena perché così come dice Diana: “tutto fa parte di un grande disegno divino e la vera mostra arriverà con il nuovo ciclo della vita”. L’artista è un uomo di fede consapevolmente errante, eccezionalmente critico con se stesso e con la sua arte, fino addirittura a persuadersi di abbandonare incompiuta un’intera linea di 30 opere, prima di approdare alla Realart. La tecnica è particolare. “L’ho scoperta usando cellulare e computer, uno il prolungamento dell’altro”, spiega l’artista che ora traduce sfumature pixellate in pennellate di inchiostro su tela, con la collaborazione di un laboratorio tedesco ponte di arte e cultura, “per rendere bello quello che in realtà è brutto”, dice. E’ una nuova corrente che Diana propone lasciando “colori ad olio ed acrilici a seccare, pennelli e spatole ad ammuffire”, per poter continuare il suo viaggio, artistico e personale, intimo e irrazionale, in una nuova dimensione.

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