Cronaca

Ucciso dal clan dei Casalesi, Raffaele Granata ricordato dalla famiglia a Castel Volturno

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di Tina Cioffo– Raffaele Granata fu ucciso dal clan dei Casalesi perché non volle pagare il ‘pizzo’. Il gruppo di Giuseppe Setola lo ammazzò l’11 luglio del 2008 sul lido La Fiorente di Marina di Varcaturo a Castel Volturno.

Giuseppe Setola

Raffaele Granata, vittima innocente di camorra. Fu ucciso dal clan dei Casalesi, nella stagione di fuoco del 2008 capeggiata da Giuseppe Setola alias O’cecato, il killer della camorra che avrebbe voluto essere capo seminando morte e terrore. Granata che amava il mare venne ucciso proprio sul lido La Fiorente che curava come una piccola creatura delicata. I camorristi, arrivarono in moto e lo ammazzarono incuranti della gente che cominciava ad affollare il lido per trascorrere una normale giornata di sole estivo. Giuseppe Granata, figlio di Raffaele, aveva sentito il padre al telefono solo mezz’ora prima e quando l’11 luglio del 2008, alle 8.45, lo chiamò il cognato, il marito della sorella, pensava che fosse per un saluto e mai avrebbe immaginato quello che invece era accaduto. Responsabili dell’omicidio Giuseppe Setola e Giovanni Letizia, John Loran Perham, Ferdinando Russo, Carlo Di Raffaele e il collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo, le cui dichiarazioni furono determinanti per smantellare il gruppo di Setola. Stamattina, la famiglia in forma privata insieme al sacerdote don Ciro Tufo, lo ha ricordato nel luogo esatto dove perse la vita.

Un uomo coerente

Raffaele Granata

Era stata una telefonata come tante altre, gli aveva chiesto un consiglio su alcuni materiali da comprare per il lido. Raffaele Granata aveva 70 anni. Era stato dipendente dell’Atan, l’azienda di trasporto napoletana, e da 10 anni era andato in pensione. Una pensione che viveva fra famiglia e lido. Erano queste, infatti, le sue due uniche passioni. Quando il figlio Massimo gli disse che aveva ricevuto una richiesta estorsiva Raffaele fu categorico e ci chiese ai figli di rivolgersi ai carabinieri. Nel ‘92 aveva denunciato altre richieste estorsive da parte del clan Bidognetti e aveva fatto arrestare tre persone riconoscendole in aula. Nessuno si aspettava una reazione simile.

Voleva difendere tutto e tutti

Raffaele Granata era però certo che una ritorsione ci sarebbe stata e cominciò a trascorrere tutti i suoi giorni e le sue notti su quel lido. Non si allontanava se non per estrema necessità. Non andava a dormire a casa a Mugnano, in provincia di Napoli, e neppure in quell’appartamento di proprietà difronte al lido. Giuseppe Granata un paio di giorni prima del delitto lo pregò di tornare a casa ma fu tutto inutile. Tentò di persuaderlo ma Raffaele aveva un carattere duro e testardo. Nella difesa disperata del lido, ci vedeva evidentemente la difesa della sua famiglia.

 

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