Reportage

Rifiuti, armi e droga sapevano già tutto e lo hanno nascosto

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di Tina Cioffo- Rifiuti, armi e droga si sapeva già nei primi anni ’90, quando il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone raccontò ogni cosa. Quel verbale rimasto segreto per oltre due decenni avrebbe potuto salvare gente e terre.

Quanto è sporca l’Italia? E quanti sono i traffici mafiosi in Europa e anche oltre? La risposta è: Tanto. E’ questo l’immediato pensiero, leggendo i verbali desegretati resi nel 1993 alla Commissione Parlamentare d’inchiesta nel ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, dall’ex collaboratore di giustizia Carmine Schiavone morto il 22 febbraio del 2015, all’ospedale di Viterbo. Lo scenario che l’ex camorrista del clan dei Casalesi faceva rispondendo alle domande del presidente Massimo Scalia, parla di rifiuti, droga, armi, politica, appalti, corruzione nelle forze di polizia, nei ministeri, prefetture e nelle istituzioni. In quelle 42 pagine di botta e risposta, in scacco c’è il sistema Italia e non solo per quelle che sono le rivelazioni, più o mene verificate. La verità è che per  troppi anni, le dichiarazioni Carmine Schiavone sono rimaste chiuse in un cassetto. Nel ‘93 non si avviò a scavare nei punti che il camorrista aveva indicato avviando quell’azione di bonifica che dopo quasi tre decenni neppure è stata cominciata.

“La camorra sta a Roma”

“La camorra sta a Roma”, dicevano i vecchi di San Cipriano D’Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, di quella parte dell’agroaversano in provincia di Caserta che per molto tempo ha fatto comodo un po’ a tutti ritenere come il ghetto del malaffare. Con il senno di poi, era una verità detta a metà. La camorra effettivamente era arrivata a Roma e  c’è poi rimasta, non solo imposta ma anche vissuta e goduta da qualche funzionario, politico ed imprenditore di tutto ‘rispetto’. Ora con le indagini dei pm Antonello Ardituro e Graziella Arlomede sulle presunte infiltrazioni negli appalti di Rfi, si è scoperto che la famiglia di camorra degli Schiavone ha avviato un business che è andato oltre il cemento, oltre il movimento terra e oltre Casal di Principe.

Il sodalizio italo- albanese

In Albania comandavamo noi, si pagava 5mila lire a cassa per il deposito, 15mila lire a cassa per la scorta di motovedette militari nelle acque internazionali se si avvicinavano motovedette italiane. Cominciammo con le sigarette. Comprammo una nave in disarmo in Olanda. Poi arrivò il business di droga e armi”, disse nei primi anni ’90 Schiavone. “Ho fatto sequestrare allo Stato 2200 miliardi e penso che siano ancora pochi, i conti non tornano. Ci sono anche proprietà all’estero che non si possono sequestrare, per esempio in Brasile, in Spagna. Ci sono proprietà in Germania, in Francia”, diceva Schiavone.

L’errore della sottovalutazione

In Germania, i Bardellino avevano investimenti e appoggi a Francoforte, Dortmund, a Monaco di Baviera. La droga passava per la Russia. Dalla Romania si importava prima macchine, poi vitelli e poi mucche.  La mappatura dei terreni utilizzati per tombare rifiuti fu fatta già allora e non solo per Casal di Principe. I documenti già alla fine degli anni ’90 parlavano chiaro, erano passati circa di 10 anni e se ne cominciava a parlare. Nel 2019 ne sono trascorsi molti di più. Poteva essere fermato tutto e lo Stato poteva farlo già in quegli anni, prima che altri figli della famiglia Schiavone crescessero e prendessero il posto di padri e zii  e che altrettanto facessero i figli dei Bidognetti che diedero avvio al commercio dell’immondizia. I camion allora partivano dal sud verso il nord per caricare rifiuti e scaricarli nelle terre campane, siciliane, calabresi e pugliesi ma anche nel Lazio a due passi dalla capitale. Ora la storia è più o meno la stessa, ad essere cambiata è solo la rotta.

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