Milano Marittima, bimbo escluso dal lido “no kids”: scoppia la polemica

No child

Rifiutato l'ingresso a dei bambini in spiaggia. Scoppia la bufera verso il gestore del lido-ireporters.it

Franco Vallesi

30 Agosto 2025

Un lido della riviera romagnola ha negato l’accesso a un bimbo di cinque anni: il padre denuncia, il gestore rivendica la scelta. Giuristi e consumatori insorgono.

A Milano Marittima, uno degli angoli più ospitali e amati della riviera romagnola, una famiglia in vacanza da Modena si è trovata di fronte a un cartello inaspettato: “Qui non prendiamo bambini”. È accaduto davanti all’ingresso del Bicio Papao, uno stabilimento balneare che da oltre trent’anni ha scelto di puntare su una clientela adulta e tranquilla, escludendo sistematicamente i più piccoli.

Una scelta che, fino a qualche tempo fa, sembrava riguardare solo mete lontane o strutture di lusso in Paesi stranieri. E invece stavolta è accaduto sul litorale di Cervia, dove una famiglia con un bimbo di 5 anni e mezzo si è sentita dire che non era la benvenuta. Il padre, Andrea Mussini, ha deciso di non lasciar correre e ha sporto denuncia ai carabinieri, sostenendo che si tratta di un comportamento discriminatorio che «offende il diritto del figlio a essere trattato come ogni altro cittadino».

Il gestore difende la scelta: “Cerco un ambiente più sereno”

Walter Meoni, titolare del Bicio Papao, non si è tirato indietro. Intervistato dall’Ansa, ha confermato senza esitazioni: «Non odiamo i bambini, ma preferiamo non accoglierli. È una scelta che porto avanti da trentatré anni. Le famiglie si sono sempre auto-escluse nel tempo, e oggi vengono da me clienti che cercano silenzio e relax, sapendo che qui non ci sono schiamazzi né giochi da spiaggia».

Costa adriatica
Lo scandalo ha colpito un lido di Milano Marittima-ireporters.it

La regola, precisa Meoni, non è assoluta: «Di solito accettiamo bambini dai dieci anni in su, con rare eccezioni per persone con cui c’è un rapporto di fiducia». La filosofia è chiara: niente compleanni, addii al celibato o feste rumorose. «Sto ritagliandomi uno spazio specifico — ha spiegato — come fanno già alcuni alberghi della zona».

Ma può davvero un gestore impedire l’accesso a una famiglia, soprattutto se si tratta di uno stabilimento balneare in concessione su suolo pubblico?

Giuristi e consumatori: “Una discriminazione illegittima”

La risposta è arrivata dal sindaco di Cervia, Matteo Missiroli, che ha dichiarato in modo netto: «La spiaggia è di tutti, soprattutto dei bambini. Gli esercenti non possono rifiutare un servizio senza un motivo legittimo». Sulla stessa linea le principali associazioni dei consumatori, che parlano di discriminazione incostituzionale.

Marco Maria Donzelli, presidente del Codacons e padre di tre figli, è stato categorico: «Illegittimo sotto ogni punto di vista, sia per la Costituzione che per il Codice del Consumo. Le uniche eccezioni possono riguardare ragioni di sicurezza, spazi inadeguati o strutture riservate ad adulti come i lidi per nudisti».

Anche Federconsumatori, con il legale Massimo Buja, sottolinea che la concessione del suolo pubblico non dà ai gestori piena libertà: «La spiaggia è un bene demaniale, e il gestore ha solo un diritto di concessione, non può decidere chi entra e chi no in base all’età».

Il caso ha riaperto un fronte caldo in questa “estate dei divieti”: tra stabilimenti che vietano il fumo, bar che impongono consumazioni per sedersi, e ora anche strutture che escludono bambini o animali, cresce la preoccupazione per una deriva selettiva e poco inclusiva nei luoghi pubblici italiani.

Dietro la patina di quiete e relax si nasconde un dibattito profondo su diritti, inclusione e libertà di scelta. Può il bisogno di tranquillità giustificare la creazione di spazi “child free” in aree pubbliche? O si rischia di normalizzare forme sottili di discriminazione sociale? La risposta, oggi più che mai, riguarda non solo i bimbi esclusi dalla sabbia, ma il modello di convivenza che vogliamo difendere.

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