Deserto e mare, le traversate dell’Imam di Castel Volturno con il sogno della cittadinanza

Bun Yamin Kasim, Imam di Castel Volturno arrivato in Italia 14 anni fa, racconta il suo viaggio in mare prima di approdare sulle nostre coste. Ricorda i sacrifici e le torture disumane che ha dovuto sopportare.

di Tina Cioffo

“In mare di giorno seguivamo il sole e di notte la luce del faro. Eravamo in 36 e nessuno di noi aveva esperienza di navigazione. Ci perdemmo. Arrivammo a Lampedusa il 4 agosto del 2008, era di pomeriggio. Poi ci trasferirono a Crotone e a Catanzaro”. Comincia così il racconto di Kasim Bun Yamin , Imam di Castel Volturno e in Italia da 14 anni, dopo aver attraversato il deserto, essere sopravvissuto ad un campo in Libia e aver affrontato ogni tipo di disumana condizione in mare per raggiungere le coste italiane. Lui, da giovane studente, non aveva alcuna intenzione di lasciare la sua terra e mai avrebbe immaginato di arrivare in Italia. In Togo, suo paese natale, avrebbe dovuto cominciare l’università e studiare Economia così come fanno in tanti in Africa, perché gli studi economici sono anche un viatico per l’autoimprenditorialità. Una notte, sognò di camminare in luoghi mai visti. Immagini e sensazioni che lo scossero fino a convincerlo di doverne parlare con i suoi genitori.

“Ci pensai molto ma mi sembrava che nulla più avesse senso se non mettermi in viaggio. Lo comunicai a mia madre che fece di tutto per farmi cambiare idea. Ne parlai con mio padre che mi chiese per quale motivo io stessi pensando di lasciare il nostro paese, gli spiegai del sogno e quello che sentivo, mi disse semplicemente di andare e a mia madre di darmi la sua benedizione. Partimmo in quattro e -ricorda Bun Yamin- lungo la strada attraversando il deserto si aggiunsero altre persone. Non so cosa guidasse loro ma sapevo cosa induceva me ad andare avanti, ero come spinto da una forza senza poter tornare indietro. Il caldo di quei giorni nel deserto che sembrava bruciarci vivi, senza alcun tipo di riparo lo ricordo ancora con terrore. La sera ci fermavamo per riposare ma non avevamo certezza di risvegliarci e nemmeno di dove ci trovassimo veramente. Avevamo dei viveri negli zaini, custoditi come tesoro perché nessuno di noi poteva lontanamente immaginare quanti altri giorni di cammino sarebbero stati necessari. Risparmiavamo acqua e cibo ma non le forze e per alcuni di noi, questo significò arrivare mai”.

In quei giorni Kasim seppellì otto persone, otto esistenze che avrebbero voluto continuare a guardare il cielo, a sentire l’aria tra i capelli, a sorridere e piangere. La prima vittima, fu un giovane di poco più di 20 anni, il suo nome era Saifudeen. Il racconto lo scuote ancora. “Mi chiese dell’acqua e qualcosa da mangiare, gli dissi di andare verso il mio gruppo perché gli avrebbero dato quanto chiedeva. Le razioni erano limitatissime per tutti noi ma ebbe quanto domandava. Eravamo padroni di niente e forse neppure di noi stessi in quei momenti atroci. Il cammino riprese a fatica per tutti e per un tratto mi trovai a camminargli accanto. Fu a quel punto che sentii la sua voce, ridotta ad un suono leggero. ‘Fermiamoci qui’, disse. Pensai che parlasse a me e gli chiesi per quale motivo volesse fermarsi proprio in quel punto. Non mi rispose e lo guardai. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, non era a me che aveva parlato ma al suo angelo. Morì un minuto dopo, caduto a terra come un fuscello al vento”.

“Fu una sorpresa quando nel suo zaino trovammo tre bottiglie di latte. Mi sono sempre chiesto per quale motivo cercasse dell’acqua quando in realtà aveva del latte con sé. Evidentemente non lo ricordava o forse sapeva di essere alla fine e voleva che fossimo noi a berlo come ultimo atto di coraggio. Presi il suo latte e lo distribuii, pensando di salvare quelli che stavano più male di altri. Qualcuno sopravvisse ma altri no. Mi guardavo attorno pregando di non dover assistere alla morte di altre persone. Altri progetti divini però, mi attendevano”.

Camminarono per giorni e quando arrivarono in Libia, pensarono di aver superato ogni prova ma non fu così. Era un campo non governativo e lì le pene crebbero sotto il giogo di ogni tipo di sfruttamento. La miseria umana rubava a se stessa. Kasim Bun Yamin cominciò rivedere le sue certezze e ad interrogarsi sulle ragioni che lo avevano indotto a mettersi in viaggio e così pure l’istinto di sopravvivenza cominciava a lasciar il passo ad una dolorosa e disperata rassegnazione. Per lasciare il campo libico ed imbarcarsi gli chiesero di pagare 1200 dollari. Una cifra impensabile ma Kasim ed un suo amico, Satar, riuscirono ad imbarcarsi. L’esodo pareva essersi concluso ma la prova delle acque scure pronte ad ingoiarli non sarebbe stata l’ultima.

“Satar si è fermato in Sicilia, a Catania. È riuscito ad avere la cittadinanza italiana e ora lavora come mediatore in Inghilterra. La mia vita ha seguito altre strade. È come se altri avessero deciso per me, ma spero di poter presto avere anche io la cittadinanza italiana”. Essere cittadino italiano, il desiderio di Kasim è questo e quando lo confessa, gli si illuminano gli occhi ed in quel momento noto che ha una stella accanto all’occhio destro. Non è un tatuaggio e forse nemmeno una cicatrice è come un segno impresso. Ha seguito la vocazione e ora è l’Imam della moschea più grande di Castel Volturno. L’area è quella di Destra Volturno, nella terra di nessuno lungo il litorale domitio. Un angolo di questo strano e per niente democratico mondo, dove un posto per dormire ed un tozzo di pane per pensare al domani, li trovi. Il prezzo da pagare è l’anonimato perché si diventa fantasmi tra i fantasmi. Assenza di controllo vuol dire in alcuni casi anche assenza di diritti. Senza servizi e senza tutela capisci presto di dovertela cavare.

“A Castel Volturno il male peggiore è lo sfruttamento della povertà. Il fare tutto senza contratto. Ci sono case abusive che vengono affittate come regolari ma con modalità illegali a chi è senza documenti. L’unica volta in cui ho seriamente pensato di andar via dall’Italia è stato nel 2015. Non funzionava più niente, non riuscivo a trovare un lavoro, a rinnovare il permesso di soggiorno, nemmeno a pagare il fitto. Non avevo alcuna motivazione per restare ed ero stanco anche di darmi forza, poi però arrivò la telefonata dell’avvocato che mi annunciava un appuntamento per il rinnovo del mio permesso di restare in Italia e lo interpretai come un segno, un nuovo e l’ennesimo. In assenza di regole, ogni giorno c’è chi pensa di poter dettar la propria con la pretesa che diventi quella di tutti ma così non funziona e allora per andare avanti in questo deserto umano devi resistere. È una forza che ti nasce e cresce dentro anche senza alcuna ragione avveduta. I sacrifici sono a volte inaccettabili ma se arrivi qui, devi fare di tutto per migliorare la tua vita”. Di questa resistenza Kasim ne ha fatto una leva per costruire una comunità. Si sente responsabile per quelle vite che in lui e nella moschea hanno punto di riferimento. Un riferimento anche al Polo sociale per migranti, dove lavora come mediatore interculturale aiutando suoi connazionali e non, a far capire e a comprendere. A Castel Volturno, vorrebbe far venire sua moglie Musliha. “Non è un bel posto per lei ma so che potrebbe essere molto utile alle donne della nostra comunità”. Sarà accolta con gratitudine, la stessa che senti di dover a Kasim, incontrando la sua calma e la coerenza delle sue scelte.

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